lunedì 28 gennaio 2013

Quello che sta per succedere e perché




Dopo un 2012 turbolento, il nuovo anno è iniziato in un clima economico di relativa tranquillità. Gli spread sono bassi e la crisi sembra concedere una tregua. Ma cosa ci aspetta nel prossimo futuro? Le difficoltà sono davvero superate o sono destinate a riproporsi? Poiché esistono due opposte chiavi di lettura della crisi, per rispondere a queste domande è necessario capire quale sia la più convincente. Vediamole:

Chiave di lettura 1: Crisi dei debiti sovrani.

Secondo questa chiave di lettura, alcuni Paesi europei hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità. Hanno aumentato il loro debito pubblico senza migliorare la competitività, rischiando il default. L'aumento degli spread indica che i mercati sono restii ad investire in titoli di Paesi spendaccioni e già molto indebitati.
La soluzione della crisi consisterebbe dunque nel rafforzare la disciplina di bilancio, imponendo un tetto al rapporto debito/PIL e implementando drastiche misure di austerity che diminuiscano la spesa. Per scoraggiare la speculazione, a livello europeo andrebbero inoltre introdotte forme di mutualizzazione dei debiti sovrani (acquisto di titoli da parte della BCE, emissione di Eurobonds) in modo che tutti i Paesi si impegnino a garantire, collegialmente, il pagamento degli interessi e il rimborso dei titoli in scadenza emessi dai singoli Stati. Tuttavia, per evitare azzardi morali, i governi nazionali dovrebbero accettare di essere vincolati a realizzare le politiche indicate dagli organismi europei, indipendentemente dalla volontà dei loro cittadini.

Chiave di lettura 2: Crisi dell'euro.

Secondo questa chiave di lettura, invece, alcuni Paesi europei avrebbero sfruttato l'appartenenza alla moneta unica per aumentare la loro competitività, a discapito di altri. Contenendo salari e domanda interna, avrebbero mantenuto la propria inflazione sistematicamente a livelli inferiori rispetto ai partners. I quali, condividendo la stessa moneta, non avrebbero potuto operare una svalutazione difensiva per determinare un riequilibrio. I primi avrebbero accumulato surplus commerciali, mentre i secondi avrebbero visto peggiorare i conti con l'estero, fino ad entrare in crisi.
L'aumento degli spread indicherebbe che i mercati sanno che in futuro il valore dei titoli dei Paesi in crisi potrebbe diminuire: essi potrebbero uscire dall'euro, svalutare, rinegoziare il debito o rinominarlo nella nuova valuta.
Per uscire dalla crisi servirebbe dunque introdurre un meccanismo automatico di riequilibrio fra i Paesi in surplus strutturale e quelli in deficit. Inoltre, data la recessione in atto, le politiche di austerity andrebbero smantellate e sostituite con interventi di segno opposto, a sostegno della domanda e dell'occupazione. Nei Paesi in surplus andrebbero poi alzati significativamente i salari.
Tuttavia, apparendo questa strada impercorribile, poiché presupporrebbe che tutti i principali Paesi europei invertano le politiche economiche adottate fino ad oggi, e che quelli più forti accettino trasferimenti automatici verso quelli meno competitivi, l'unica via di salvezza resterebbe l'uscita dall'euro e il recupero della sovranità nazionale in materia di politiche economiche e monetarie.

Quale è quella corretta?

Chiaramente, queste tesi sono fra loro inconciliabili. Se si accetta l’idea che ad andare in sofferenza siano stati quei Paesi che presentavano un alto rapporto debito/PIL, allora la prima spiegazione appare come quella corretta. Invece, se si crede che la crisi abbia colpito chi ha avuto un tasso di inflazione più alto, converrà orientarsi sulla seconda.

Ecco una breve tabella riassuntiva:


debito pub / PIL (%)Squilibri esterni e differenziali di costo nell'eurozona
Paese199920072011Saldo conto corrente / PIL
(* 100) 1999-2012
Costo unitario del lavoro
var % 1999-2010
Indice prezzi al consumo
1999-2012
Germania
61
65
83
52.0
1.4
21.8
Portogallo
50
68
106
-132.2
11.1
35.1
Italia
114
104
121
-24.4
28.5
30.9
Grecia
103
105
166
-123.2
54.9
43.1
Spagna
62
36
67
-75.5
24.8
38.4
 
[Dati estratti da Europa: una crisi di debito o di bilancia dei pagamenti? - A.F. Presbitero, Università Politecnica delle Marche, pubblicato su linkiesta.it ]
 
 
 
 
Le prime colonne mostrano che la prima chiave di lettura è infondata: due dei Paesi più colpiti dalla crisi, il Portogallo e la Spagna, fino al 2007 presentavano un rapporto debito/PIL simile o addirittura migliore rispetto a quello della “virtuosa” Germania. La parte destra della tabella conferma quel che abbiamo già avuto modo di affermare: il problema non è il debito pubblico. La Germania ha beneficiato di una minore inflazione (ultima colonna) grazie al contenimento del costo del lavoro (penultima colonna) ed oggi vanta il “record” del maggior numero percentuale di lavoratori a basso reddito di tutta l'Europa occidentale (il 22.2%, secondo Eurostat). In questo modo ha aumentato la propria competitività, a discapito dei partners europei (terzultima colonna) mandandoli in crisi.
Dunque, i dati indicano che la tesi corretta è la seconda, la quale infatti è sostenuta da numerosi esperti nazionali ed internazionali. Tuttavia la quasi totalità dei media sposa la prima chiave di lettura, l'unica ad essere ufficialmente accettata da tutte le élite di governo europee, di destra come di sinistra. Questo non deve stupire: sia ai governanti dei Paesi forti che a quelli degli Stati in crisi conviene far credere che il problema principale siano la spesa dello Stato e il debito pubblico. In questo modo, infatti, i primi possono proseguire il contenimento della domanda interna, arricchendosi grazie alle esportazioni e garantendosi surplus utili ad acquisire aziende pregiate dei Paesi in crisi (come testimonia, per esempio, la recente acquisizione di Ducati da parte di Audi-Volkswagen). I secondi (gli stati in crisi) ottengono di poter sbandierare un “vincolo esterno” grazie al quale imporre ai cittadini quello che altrimenti sarebbe stato impossibile realizzare: tagli ai servizi pubblici e alle pensioni, restringimento delle tutele dei lavoratori, privatizzazioni, continue manovre finanziarie “lacrime e sangue”.

Così, mentre smantellano lo stato sociale, i governi di Italia, Francia e Germania danno vita ad un insulso gioco delle parti: quando Monti e Hollande spingono per introdurre forme di condivisione dei debiti sovrani, la Merkel risponde pretendendo cessioni di sovranità verso le istituzioni UE. Due facce della stessa medaglia, entrambe riconducibili alla chiave di lettura 1. Quella sbagliata.
In seno al Consiglio Europeo è stata già siglato l'accordo che consentirà a ciascun leader di cantare vittoria nella propria patria: da Giugno 2013 la Commissione UE potrà far sottoscrivere ad ogni Stato un vero e proprio contratto, ove indicherà le “riforme” da attuare e le modalità con cui realizzarle; eventuali “meccanismi di solidarietà” saranno riservati ai Paesi che avranno sottoscritto tali intese.

Ecco quindi il leitmotiv che ascolteremo nel 2013: “solidarietà” in cambio di cessioni di sovranità. Lo conferma il presidente del consiglio europeo, Van Rompuy, che però omette di precisare che la solidarietà sarà fasulla: le eventuali forme di mutualizzazione dei debiti saranno parziali e temporanee, come ha già chiarito Angela Merkel, intervenendo al Bundestag. E in ogni caso esse non potranno mai risolvere gli squilibri strutturali fra le economie.
Pertanto c'è da aspettarsi che la crisi riesploda. Anche perché dal primo gennaio 2013 è entrato in vigore il fiscal compact, che statuisce, tra le altre cose, che il rapporto debito/PIL deve assestarsi al 60%. L'Italia, per tentare di raggiungere l'obiettivo, dovrà varare manovre su manovre, ogni anno, per decine e decine di miliardi. In assenza di una crescita sostenuta, le conseguenze saranno inimmaginabili, come testimoniano le analisi della Corte dei Conti e l'ISPI. L'Italia e gli altri PIGS resteranno intrappolati in una spirale recessiva, senza via di uscita. Ma gli alfieri della chiave di lettura sbagliata non si fermeranno. Anzi, rincareranno la dose. Quelli italiani hanno già nel mirino la privatizzazione della sanità, che non a caso si sta già realizzando in Spagna.
Uno dopo l'altro i Paesi dell'eurozona dovranno richiedere gli “aiuti” del MES e, in cambio, dovranno cedere ogni residua forma di sovranità nazionale. Così, le decisioni verranno prese direttamente a Bruxelles e Francoforte, senza che né i cittadini né i Parlamenti nazionali possano opporvi resistenza. Ma ciò che è più drammatico è che alla gran parte dell'opinione pubblica, tutto ciò apparirà come necessario, in quanto coerente con la teoria della crisi dei debiti sovrani, propagandata dalla stragrande maggioranza dei media.

Per questo, il primo fronte sul quale schierare le forze che vogliono impedire lo sfacelo è quello dell'informazione. Un’informazione corretta sulle reali cause della crisi.


 di Fabrizio  Trinngali


 
 

mercoledì 19 dicembre 2012

Draghi messo a nudo in Germania: dal Britannia alla Goldman Sachs




  Il secondo canale della televisione pubblica tedesca, ZDF, ha trasmesso un servizio che svela il vero Mario Draghi al pubblico tedesco, finora imbonito dai vari tabloid che attizzavano odio verso l'artefice della politica inflazionistica dell'Euro, vestendolo però nei panni dell'Arlecchino che è arrivato per "lirizzare" o "italianizzare" la moneta unica.
Draghi è un esponente dei circoli finanziari internazionali, ha spiegato la ZDF nel suo servizio, mandato in onda il 6 dicembre nel corso del seguito programma di approfondimento politico Heute Journal, come commento alla riunione del Consiglio e della conferenza stampa della BCE di quel giorno.

  Alla conferenza stampa, Draghi ha dovuto rispondere ad un numero insolitamente alto di domande scomode provenienti non solo dal reporter della ZDF, ma anche da altri giornalisti tedeschi, francesi e inglesi che gli hanno chiesto conto dell'intenzione della BCE di assumere poteri assoluti e antidemocratici sul sistema bancario europeo, della disoccupazione record in Europa e della "medicina-killer" applicata in Grecia (cfr. Sotto). Nel suo solito stile sofistico, Draghi ha giustificato ogni devastazione economica e sociale causata dalle ricette della BCE, addossandone la responsabilità ai governi che non avrebbero seguito la disciplina di bilancio prima della crisi, ignorando il fatto che i bilanci pubblici sono saltati a causa dei salvataggi bancari – la cui indisciplina di bilancio era non solo nota, ma favorita dalla BCE!

  Il servizio della ZDF è indice che sta cambiando l'aria e il tiro viene aggiustato, precondizione per una via d'uscita costruttiva. "Draghi godeva di relazioni eccellenti nel mondo della finanza quando non era ancora presidente della BCE", esordisce il servizio. "Da tempo egli è membro di un club esclusivo e discreto, il Gruppo dei 30: un gruppo di decisori super-influenti sul denaro e sul potere. Accanto a Mario Draghi si trova un numero sorprendentemente alto di funzionari o ex funzionari della finanziaria americana Goldman Sachs".

  Vengono quindi ricostruite le tappe principali della carriera di "Supermario", a partire dalla riunione sul Britannia del 2 giugno 1992 in cui si discusse la strategia delle privatizzazioni con il gotha della finanza londinese. "Sullo yacht della Regina vengono avviati affari miliardari, dai quali anche Goldman guadagna parecchio". Viene intervistato Benito Livigni, ex dirigente ENI, che racconta come successivamente le proprietà immobiliari dell'azienda petrolifera vennero svendute, quasi regalate, alla Goldman Sachs. Draghi "deve la sua carriera alle grandi banche d'affari, alla Goldman Sachs", dice Livigni.

  Nel 2002 Draghi passa alla Goldman Sachs a Londra. "Era di nuovo sulla nave a procacciare affari?", si chiedono i reporter della ZDF. Successivamente, quando fu nominato governatore della BCE nel 2011, Draghi dovette difendersi di fronte ad una commissione del Parlamento Europeo dalle accuse di essere stato a conoscenza dei trucchi contabili escogitati da Goldman per permettere l'ingresso della Grecia nell'Euro. Draghi ha sostenuto di essere stato responsabile del settore privato e non di quello pubblico.

  Ma l'esperto di Le Monde Marc Roche è scettico. "Goldman Sachs non è il buon samaritano. Non assume Draghi come vicepresidente senza dargli la responsabilità anche del settore pubblico. Draghi non ha mentito ma non ha neanche detto la verità".

  Alla conferenza stampa del 6 dicembre, il reporter della ZDF ha chiesto a Draghi se la sua partecipazione al G-30 non comporti un conflitto d'interessi, non solo per la prossimità con i banchieri privati, ma anche perché il G-30 sarebbe co-finanziato da Goldman Sachs.

 Draghi ha letto una dichiarazione preparata in anticipo dove si afferma che "la BCE" (e cioè Draghi) "non ritiene che la partecipazione del Presidente nel Gruppo dei Trenta comporti un conflitto d'interessi". Draghi ha aggiunto di non sapere "che il G-30 sia finanziato da Goldman Sachs. Mi è veramente nuovo".


venerdì 14 dicembre 2012

Il Popolo Sovrano denuncia alla Procura della Repubblica

CHI SONO I TRADITORI DELL'ITALIA? CHI STA SVENDENDO GLI ITALIANI E TRADENDO I PRINCIPI DEI PADRI FONDATORI DELLA COSTITUZIONE?




PAOLA MUSU su FACEBOOK! 
LA LISTA DELLE DENUCE DA TUTTA L'ITALIA!





mercoledì 12 dicembre 2012

E il nostro sarebbe nazionalismo?


  Le parole d'ordine sono "no ai populismi", "no ai nuovi nazionalismi". Lo ripetono tutti, a pappagallo, dal presidente del Consiglio uscente al Pd, fino a tutti i Pigi Battista dell'italica carta inchiostrata. Chiamano populismo e nazionalismo tutto ciò che non rientra nei loro piani, nel loro diktat di progressivo impoverimento e di spillaggio della sovranità. L'asse PD-SPD, la nuova "internazionale" del "Ce lo chiede l'Europa", non ha dubbi e agisce in modo fascista sulle idee diverse. Cominciamo allora a mettere i puntini sulle "i".

   Non è l'Europa che ce lo chiede: ce lo chiedono loro. Il che non suona esattamente allo stesso modo, right? L'Europa non esiste, dunque non ha un pensiero, un volto, e soprattutto non parla. Facendola assurgere a divinità, a oracolo che si esprime attraverso teoremi e parametri (e si è visto come li stabiliscono), si tenta di annichilire ogni obiezione, ogni possibilità di critica, esattamente come nessun fedele contesterebbe un messaggio spirituale ricevuto dalla Madonna in persona e pervenuto attraverso le labbra di una veggente. Invece, chi trasmette i messaggi della dea Europa sono uomini e sono donne in carne e ossa. Sono i medium che comunicano con lo spirito continentale, i gran sacerdoti di una religione rivelata che vuole instaurare un nuovo Ancien Régime in cui i memorandum, redatti da un manipolo di cardinali eletti per volere di Dio, assurgono al ruolo di scritture sacre. Essi esprimono, beninteso e con titolo, le loro opinioni. Ma solo quelle: non sono per forza di cose rappresentativi di alcuna unità pretesa e indimostrata: anzi, per l'esattezza sono rappresentativi di un bel niente, se non di loro stessi e dei loro interessi.


  Costoro hanno dunque paura di chi non sente le voci della dea Europa, che chiede sacrifici come e peggio dello Jahvè di Mosè e manda i suoi comandamenti inscritti su tavole della legge scolpite dalla Troika. Chi osa contestare il totem dello spread è il nuovo infedele. Siamo populisti e pericolosi nazionalisti. E perché mai? Perché osiamo aprire i documenti e analizzarli, con il supporto di economisti non allineati, non a libro paga, e ne traiamo deduzioni illuministiche anziché fideistiche? In nome di cosa dovremmo essere definiti così? Siamo viceversa "razionalisti". E non combattiamo l'aspetto religioso, ma la Santa Inquisizione: combattiamo i Torquemada del "più Europa a tutti i costi", combattiamo i crociati che conquistano la Terra Santa, l'Italia, alla ricerca del Sacro Graal, la ricchezza accumulata dagli italiani. E soprattutto, reagiamo a un'offesa. Se costoro, avendo aperto un libro di storia, snocciolano antichi spauracchi come se dagli anni '20 del secolo scorso il tempo non fosse mai passato, allora dovrebbero anche sapere che ad ogni pressione corrisponde una reazione. Dovrebbero sapere che se schiacciano, vessano, opprimono, prima o poi i vessati e gli oppressi reagiscono per riappropriarsi dei loro diritti: si fanno reazionari.

   I nazionalisti non siamo noi. Non sono cioè i critici di un modello di economia usato come una frusta sui lavoratori dell'Europa del sud. Nazionalista è infatti, innanzitutto, chi crede che esistano confini netti e precisi che differenziano i popoli tra di loro, tracciando una linea di demarcazione netta. E chi è più nazionalista di quelli che ci hanno dato a intendere per oltre un anno che c'è un popolo di buoni e un popolo di cattivi, che c'è un popolo di di parsimoniosi e un popolo di spendaccioni, un popolo di saggi e un popolo di stolti? Chi ha suddiviso artificiosamente i cittadini europei in classi, nonostante perfino un recente rapporto della Commissione Europea abbia scritto nero su bianco che non c'erano sostanziali differenze tra le economie di Italia e Germania, e che siamo stati penalizzati per il solo fatto di appartenere a un territorio al di qua di un confine? Sono stati loro, quelli del "ce lo chiede l'Europa", quelli che sentono le voci come nuovi pastorelli di Medjugorje e rivolgono il viso al cielo sopra Berlino, in stato di profonda adorazione e prostrazione. Sono stati loro a menarcela per tutto questo tempo con il fatto che "abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità", ignorando forse volutamente i fondamentali dell'economia. Sono loro che ci hanno fatto sentire come un popolo di cicale, a dispetto del fatto evidente che abbiamo sempre fatto fatica ad arrivare alla fine del mese, mentre al di là del confine ci sarebbe stato un popolo di lungimiranti formichine che non chiedeva nulla per sé, quando in realtà sono state proprio quelle formichine a dare origine alla crisi del nostro debito sovrano e alla corsa alla speculazione, liberandosi di miliardi e miliardi dei nostri titoli, allo scopo documentato di acquistarci a prezzo di saldo, realizzando grandi profitti, estendendo la loro influenza sulle nostre istituzioni e facendo il gioco delle superpotenze esportatrici di democrazia, sempre a caccia di nuove opportunità. Sono stati loro, quelli contro i nazionalismi e i populismi, a insegnarci che esistono popoli di serie A e popoli di serie B - e che noi non eravamo di certo in prima classe - e dunque è a fronte di questa offesa originaria che si sviluppa legittimamente la reazione: non siamo un popolo di serie B, ma non vogliamo neppure essere un popolo di serie A, essendo contrari a qualunque nuova apartheid di stampo europeo. Vogliamo però che la smettano di raccontare frottole per inseguire le loro velleità di chirurgia plastica sovranazionale. Vogliamo rispetto. Vogliamo confronto. Vogliamo ristabilire l'equilibrio perduto tra le dignità di popoli, lingue e culture. Vogliamo che ci venga restituita la rispettabilità che ci hanno tolto, e non i tedeschi, ma gli adepti della setta elitaria europeista ad oltranza, tutta italiana, macchiandoci di un peccato originale che non avevamo commesso e che non è connesso a questa crisi che arriva da lontano, che non ha a che fare con il debito pubblico e di cui non siamo responsabili, se non nella stessa misura in cui lo sono tutti gli altri, nessuno escluso.
Se non vogliono rigurgiti di nazionalismo, la smettano con la litania del rigore, con il mantra secondo il quale noi "non lavoriamo quanto i tedeschi", quando ci sono studi indipendenti di istituti finanziari francesi i quali dimostrano che, al contrario, noi siamo quelli che lavoriamo di più e più a lungo. Se continuano a riferirsi al popolo italiano come a un popolo di irresponsabili fannulloni, di profittatori che viaggiano a sbafo, a rimorchio del locomotore tedesco, siamo costretti a ricordare loro che in Europa siamo quelli che hanno pagato di più e che hanno avuto indietro di meno; che la crisi greca l'abbiamo pagata noi più dei tedeschi, che pure erano quelli più esposti e che hanno avuto indietro i soldi; che grazie al fondo salva-stati di cui nessuno ha avuto mai bisogno abbiamo regalato miliardi su miliardi alle economie dei paesi dell'Europa centrale, Germania in testa; che Berlino trucca i suoi conti per nascondere un debito che altrimenti sarebbe di 7mila miliardi di euro; che aggirano il divieto di vendere i titoli di stato alle banche centrali, facendoli comprare dalla Bundesbank sul mercato secondario qualche giorno dopo l'emissione, e in questo modo "stampando moneta" nei fatti, con buona pace di italiani, greci, spagnoli, irlandesi e portoghesi. E potremmo andare avanti...

   Fare queste rilievi sarebbe nazionalismo? A casa mia si chiama mantenere lucidità ed equilibrio rispetto alle pressioni di chi, dopo avere mandato le nuove SS della troika a Montecitorio e a Palazzo Marino, minacciando i parlamentari come era accaduto l'ultima volta solo dopo la marcia su Roma, e dopo avere collaborato alla destituzione di un Governo, con il plauso degli utili idioti, ora vorrebbe perfino mandare un intero popolo alle cabine elettorali sotto dettatura, dando indicazioni di voto come fece in occasione delle ultime elezioni in Grecia, per fare non i nostri interessi, i quali devono essere stabiliti in completa autonomia e senza interferenze esterne, ma quelli di una non meglio precisata classe elitaria di burattinai autoproclamatisi governatori del buon senso e del mondo intero.

   Se c'è un nazionalismo, questo non è che la legittima difesa di un popolo che prima hanno identificato, costretto all'angolo e compattato, chiamandolo per nome, denigrandolo, esponendolo alla pubblica gogna dei PIIGS, facendolo diventare nella vulgata uno dei maiali d'Europa, e che adesso non ci sta più, si rialza, si schicchera via la polvere dalla giacca, si presenta alla tavola imbandita degli dei, si prende una sedia e, appoggiato il palmo della mano sul tavolo, con le dita ben aperte, fissa negli occhi uno ad uno i signori che giocano a Risiko sulla nostra pelle e, con le labbra sottili e tese, sibila un perentorio "Game over!".

di Claudio Messora

giovedì 22 novembre 2012

Siamo noi che li salviamo, altro che balle...


    Dal 2000 al 2011 l'Italia ha contribuito ai bilanci UE con 145,11 miliardi di euro. Di contro, ha beneficiato di fondi UE per 120,29 miliardi. Abbiamo regalato a questa Europa ben 25 miliardi di euro: 50mila miliardi di lire.


    Si potrebbero aggiungere molte altre somme, una su tutte la recentissima contribuzione di 15 miliardi a titolo di anticipo per i 125 miliardi che dobbiamo al fondo salva-stati: sono confluiti in un fondo che ha investito in titoli di paesi a tripla A: Germania, Danimarca, Svezia, Gran Bretagna, Lussemburgo, Finlandia e Olanda. Stiamo finanziando i paesi puzzoni che guardano all'Italia come a uno stabilimento balneare gestito da accattoni.

       Altro che salvarci: li stiamo salvando noi. Una tassa infinita che paghiamo per avere la tesserina del club esclusivo della Mitteleuropa, che esibiamo tronfi mentre ci lasciano fuori dalla porta a parcheggiare le loro Bmw. Siamo come quei pronvinciali che si indebitano per fare le vacanze nei luoghi più costosi e credono di essere vip perché passano le serate al Casinò, mentre i croupier e i clienti snob si divertono a guardarli perdere anche le mutande.

    Non saremo mai come loro. Quando abbiamo cercato di fare la voce grossa nei salotti dell'Europa che conta, storicamente le abbiamo sempre prese, che oggi si traduce in un'emorragia continua di ricchezza, di decime che paghiamo, e per di più nel totale disprezzo.




   Dobbiamo metterci in testa di ricominciare a sfruttare le nostre grandi doti: la genialità, l'imprevedibilità, la capacità di dare il meglio proprio quando sperimentiamo il peggio. Siamo come una sportiva da 700 cavalli tenuta ai box da un pilota che continua a rombare in folle, perché alla gara preferisce l'inciucio con le altre scuderie. Coraggio, signori, di cosa abbiamo paura? Ingraniamo quella maledetta marcia.




         di  Claudio Messora


lunedì 19 novembre 2012

Elsa Fornero ammette il Golpe Finanziario


  

Elsa Fornero ammette il Golpe Finanziario. Ora si apra un fascicolo d’inchiesta.

Voi milioni di italiani pestati a mazzate dalla riforma delle pensioni di Elsa Fornero, voi esodati, voi che avete subito, che sempre subite, voi senza voce, e voi giovani che non avete lavoro perché gli anziani sono oggi incatenati a lavorare dalle decisioni di questa lugubre sicaria dell’Economicidio italiano, voi…
Perché vi hanno fatto tutto questo? Cosa vi hanno detto? Vi hanno detto che era nell’interesse del Paese, che risparmiare attraverso i vostri sacrifici era la via dura, ma virtuosa, per ridare speranza all’Italia, che per voi ultra sessantenni significa i vostri figli, vero? Vi hanno detto questo, e voi, che a 17 anni vi riboccaste le maniche per tirarla su quest’Italia che viaggiava in 600 e aveva una sola tv in bianco e nero per condomino, anche questa volta lo farete, stringerete i denti, perché “è per i nostri figli”. Anziani, vi dicono che meno pensione è necessario per lo Stato, per tutti i cittadini, che è necessario…
Anziani, meno pensione è necessario per lo Stato, per tutti i cittadini, è necessario. Anziani, meno pensione è necessario per lo Stato, per tutti i cittadini, è necessario......
Pomeriggio del 15 novembre 2012, WorldPensionSummit ad Amsterdam, la conferenza che riunisce i colossi mondiali delle pensioni private, gente con interessi finanziari per 1.925 miliardi di dollari, millenovecentoventicinque miliardi. Cioè: solo in quella sala erano presenti una decina di gruppi privati con interessi quasi pari all'intero Prodotto Interno Lordo italiano. Sono quelli che aspettano a bocca spalancata come lo squalo bianco sotto la barca, che la barca affondi, l’Inps. Sulla barca ci siete voi, vogliono i vostri soldi, la vostra pensione, i contributi di chi lavora. E voi, torturati dalla Fornero e da quelli che a lei seguiranno, glieli darete, farete le pensioni integrative costretti a mazzate, e loro ci speculeranno sopra cifre inimmaginabili. Poi, quando uno o cento di questi gruppi esploderanno come accaduto negli USA nel 2007, milioni di voi perderanno la pensione per sempre. Ma chissenefrega, voi siete la gente, quelli che non contano.
Ok, è il pomeriggio del 15 novembre, al WorldPensionSummit prende la parola Elsa Fornero e dice che
I cambiamenti portati dalla riforma delle pensioni del governo Monti erano necessari per compiacere i mercati finanziari, altrimenti i mercati avrebbero devastato l’Italia.

Fermi, fate un lungo respiro, per favore. La capite la gravità di questa cosa detta e firmato da un Ministro della Repubblica?

Un Ministro di un Paese, che risponde allo Stato, alla Costituzione, e al popolo sovrano, il cui dovere costituzionalmente sancito è l’interesse pubblico nello Stato, ha fatto una riforma delle pensioni per compiacere le banche, le assicurazioni, i fondi monetari, gli hedge funds, cioè i gruppi privati di speculatori dediti al profitto che, altrimenti, ci avrebbero distrutti, distrutto l’intero Paese.
Un Ministro di un Paese, che risponde allo Stato, alla Costituzione, e al popolo sovrano, il cui dovere costituzionalmente sancito è l’interesse pubblico nello Stato, NON HA FATTO un riforma delle pensioni per motivi legati all’interesse del popolo sovrano. Non è vero che la riforma Fornero è la cura economica giusta per l’Italia. Poteva essere l’abolizione nazionale del diritto di allattare i figli, non importa un accidenti, ma se la ordinavano i mercati il Ministro della Salute era costretto a sancirla.
Viviamo in un golpe finanziario. Lo Stato non esiste più, Monti e la Fornero lavorano per i mercati violando la Costituzione. Il presidente Napolitano è in coma. In centinaia di procure italiane sono state depositate denunce di cittadini esattamente su questo. Esiste un giudice degno in questo Paese? Apra un fascicolo d’inchiesta, altrimenti Silvio Berlusconi aveva ragione. Magistrati siete servi di chi?




 



  

giovedì 1 novembre 2012

Il risveglio delle coscienze inizia dalla Sicilia..





di Paolo Becchi   


   Cosa è successo in Sicilia? Il dato politico fondamentale è uno solo, quello che alcuni temevano, altri si aspettavano, altri ancora snobbavano: ora c’è una nuova forza, che fa sul serio. Nuova perché si colloca al di là di ogni logica partitica “classica”, fondata sulla suddivisione destra – centro – sinistra. È dalla crisi di questa logica, della forma-partito, che è sorto questo movimento di opposizione: 

il Movimento 5 Stelle. Il quale, da oggi, è la prima forza politica in Sicilia: 15 seggi contro i 14 del Pd ed i 12 del Pdl.

   Con questo movimento è nato un nuovo modo di fare politica che parte dei bisogni della gente e cerca di offrire soluzioni concrete praticabili e non imposte dall’alto, ma che nascono dal confronto e dal dibattito pubblico. Il movimento aspira così a presentare nel nostro Paese una nuova immagine della democrazia: non più fondata sull’idea di rappresentanza e sulla delega ai partiti, bensì sulla diretta partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. Partecipazione che passa attraverso una nuova forma di comunicazione, la rete (blog, twitter, etc.), aggirando gli organi tradizionali come stampa e televisione sui quali invece contano gli altri partiti. È questa inedita fusione tra la concezione “originaria” della democrazia e la rivoluzione delle forme di comunicazione che rende, per la prima volta, possibile una autentica partecipazione del cittadino alla politica. Per questo il movimento dà prova di essere profondamente radicato nel territorio e, al contempo, di non conoscere confini, campanilismi, clientele. Il voto in Sicilia lo conferma. Il movimento “sfonda” nelle città (Palermo, con 43.000 voti contro i 26.000 del Pd, ma anche Messina, Agrigento e Caltanisetta). E cosa fanno i neo-eletti? Parlano con i cittadini, cercando di rispondere alle loro domande, mentre quelli degli altri partiti sperimentano la possibile tenuta del “patto di ferro” tra Pd ed Udc per le prossime elezioni politiche.

    C’è un abisso che separa la vecchia dalla nuova politica. Il movimento chiude definitivamente i conti con il “politico di professione”, con la rappresentanza, con il “vivere della politica”: il politico del movimento è un cittadino come gli altri che, con il sapere che gli deriva dalla professione che esercita nella società, si mette per un breve periodo della sua vita al servizio degli altri cittadini, per poi ritornare alle sue precedenti occupazioni. Egli vive, finalmente, per la politica, per i cittadini.
Radicato nel territorio, ma senza i limiti che sono propri dei governi locali e localistici, il Movimento 5 Stelle ha cominciato davvero a fare sul serio e, dopo la Sicilia, lo attendono le prove della Lombardia e del Lazio che, probabilmente, precederanno le elezioni politiche. E sarà proprio in vista delle elezioni politiche che, rispetto ai programmi regionali, il Movimento dovrà discutere al suo interno, ed elaborare una soluzione nuova ed originale, il problema fondamentale del nostro Paese: la posizione italiana in Europa e il destino della moneta unica. Mentre tutti i partiti politici (se si esclude quel che resta della Lega Nord) sono “allineati” sull'“europeismo” ad oltranza di derivazione governativa, il Movimento potrà – e dovrà – dare una nuova “scossa” alla politica italiana. Le elezioni in Sicilia sono un nuovo inizio. Ce n’est qu’un debut, continuons le combat! 





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